Federico Rampini rompe il tabù: “La sinistra ha perso perché ha usato il manganello mediatico invece di ascoltare il popolo”

Article: In uno studio televisivo avvolto da un silenzio quasi irreale, Federico Rampini ha recentemente scagliato una pietra nello stagno della politica italiana, mandando in frantumi anni di narrazioni preconfezionate. Non si è trattato di una difesa d’ufficio del governo in carica, ma di un’analisi sociologica e politica brutale nella sua semplicità: la sinistra ha perso la sua anima e, di conseguenza, il suo elettorato, perché ha smesso di parlare la lingua della realtà.
Il coraggio di chiamare le cose con il loro nome
Il punto di rottura è arrivato quando Rampini ha affrontato il tema della sovranità e dei confini. “Non sono fascismo”, ha risposto con fermezza alla conduttrice che tentava di ricondurre il discorso sui binari del politicamente corretto. Per il noto giornalista, parole come “confini” sono strumenti di governo fondamentali. Il problema non risiede nel termine in sé, ma nella decisione arbitraria delle élite di considerare “mostro” chiunque osi pronunciarle.
Secondo Rampini, il distacco tra la sinistra e le periferie non è avvenuto per un’improvvisa conversione ideologica delle masse verso l’estremismo, ma perché la sinistra ha abbandonato i temi del lavoro, dei salari e della sicurezza per rifugiarsi in battaglie simboliche. Mentre le fabbriche chiudevano e le pensioni si assottigliavano, nei palazzi del potere si discuteva di linguaggio inclusivo e questioni di genere. Temi certamente importanti, sottolinea Rampini, ma che risultano tragicamente distanti da chi non sa come pagare l’affitto a fine mese.
Il “manganello mediatico” e la delegittimazione dell’avversario

Uno dei passaggi più taglienti dell’intervento di Rampini riguarda quello che lui definisce il “manganello mediatico”. Si tratta di un meccanismo di difesa in cui, non avendo risposte nel merito ai problemi sollevati dai cittadini, si preferisce delegittimare chi esprime il disagio. “Invece di dire ‘ti sbagli’, dite ‘sei pericoloso’”, ha incalzato Rampini rivolgendosi agli altri ospiti.
Questo atteggiamento ha prodotto un effetto boomerang devastante: le persone non hanno cambiato idea, hanno semplicemente smesso di dialogare con quella parte politica che le etichettava come “populiste”, “ignoranti” o “manipolate”. Liquidare il voto di milioni di famiglie come un atto puramente irrazionale o dettato dalla “pancia” è, secondo Rampini, l’errore più grave e arrogante che l’opposizione possa commettere. Quei voti sono scelte consapevoli di chi ha confrontato promesse e realtà, preferendo la coerenza di chi è rimasto sulle proprie posizioni per anni.
L’Unione Europea e la distanza burocratica
Il discorso si è poi inevitabilmente spostato su Bruxelles. Rampini ha descritto l’Unione Europea come una macchina burocratica ipertrofica, capace di regolamentare minuziosamente la curvatura delle banane ma incapace di dare risposte concrete su temi caldi come l’energia, la difesa comune e l’immigrazione.
“Abbiamo una Commissione che passa mesi a discutere di linguaggio gender-neutral nei documenti ufficiali e poi si trova spiazzata quando Putin chiude il gas”, ha dichiarato il giornalista. Questa discrepanza tra le priorità dei burocrati e i bisogni primari dei cittadini ha alimentato quello che viene sbrigativamente chiamato “sovranismo”, ma che per Rampini è semplicemente il desiderio di avere un governo capace di decidere sul proprio welfare e sulla propria sicurezza. Senza un minimo di sovranità, avverte, lo Stato sociale e la protezione del lavoro cessano di esistere.
L’invito finale: tornare alla realtà
Verso la fine della trasmissione, il tono si è fatto più riflessivo. Alla domanda della conduttrice su cosa dovrebbe fare la sinistra per recuperare terreno, Rampini non ha offerto ricette magiche, ma un ritorno alle basi: ascoltare prima di giudicare. L’invito è quello di tornare nelle periferie, nelle fabbriche e in tutti quei luoghi dove la vita quotidiana è una sfida continua.
“La realtà non aspetta i dibattiti televisivi”, ha concluso Rampini mentre le luci dello studio si spegnevano. Il monito è chiaro: la politica deve anticipare la realtà, non rincorrerla con slogan astratti. Se una forza politica smette di occuparsi dei vuoti sociali, qualcun altro lo farà al suo posto, e a quel punto non basterà più gridare al pericolo per riconquistare la fiducia perduta. Il pubblico è uscito dallo studio con la sensazione che, per una volta, qualcuno avesse finalmente squarciato il velo di ipocrisia che troppo spesso avvolge il dibattito pubblico italiano.
Verso la fine della trasmissione, il tono si è fatto più riflessivo. Alla domanda della conduttrice su cosa dovrebbe fare la sinistra per recuperare terreno, Rampini non ha offerto ricette magiche, ma un ritorno alle basi: ascoltare prima di giudicare. L’invito è quello di tornare nelle periferie, nelle fabbriche e in tutti quei luoghi dove la vita quotidiana è una sfida continua.
“La realtà non aspetta i dibattiti televisivi”, ha concluso Rampini mentre le luci dello studio si spegnevano. Il monito è chiaro: la politica deve anticipare la realtà, non rincorrerla con slogan astratti. Se una forza politica smette di occuparsi dei vuoti sociali, qualcun altro lo farà al suo posto, e a quel punto non basterà più gridare al pericolo per riconquistare la fiducia perduta. Il pubblico è uscito dallo studio con la sensazione che, per una volta, qualcuno avesse finalmente squarciato il velo di ipocrisia che troppo spesso avvolge il dibattito pubblico italiano.